Litigare bene : i quattro passi del litigio. Due indietro e due avanti

Nei servizi per l’infanzia il tema della rabbia e del conflitto rappresenta quotidianamente un grande oggetto di interesse da parte di educatori e genitori. Sono emozioni molto forti che richiedono un’attivazione corretta da parte degli adulti per trasformare tale situazione in un momento educativo: la rabbia e i conflitti non sono, infatti, da reprimere, ma da gestire in modo efficace attraverso un intervento educativo caratterizzato da calma, delicatezza e capacità di orientare in modo proficuo l’apprendimento socio-emotivo dei più piccoli.

In quanto emozione, la rabbia è assolutamente naturale e si lega a caratteri adattivi e di sopravvivenza sia della specie che del singolo individuo. Se, in linea teorica, spesso questa concezione viene “accettata”, le modalità con cui spesso la rabbia si mostra scatena negli adulti delle reazioni tese alla repressione della stessa, poiché ciò che emerge prepotentemente sembra essere l’aspetto “aggressivo” delle sue manifestazioni.

In realtà, la radice etimologica della parola stessa può aiutare a ricollocarne il significato: essa deriva dal latino adgredioravvicinare. L’aggressività appare quindi come una forza primordiale che porta naturalmente l’individuo verso l’altro, per crescere, soddisfare i propri bisogni, apprendere, inventare, creare, socializzare. Il conflitto ha quindi una grande rilevanza all’interno dello sviluppo sociale del bambino: è sia una spinta verso l’autodeterminazione, sia una modalità di entrare in relazione con gli altri (Braga, Mauri, Tosi, 1995): esso è una vera e propria necessità, legato al bisogno di conoscersi e capire quali sono le modalità più efficaci per stare in relazione con gli altri.

È evidente, quindi, come l’aggressività qui intesa non sia riconducibile alla violenza, forza definibile al contrario come distruttrice. Daniele Novara (2010) in questo senso afferma che «prima dei 7 anni non è possibile parlare di intenzionalità dell’atto violento: non è presente la violenza perlomeno nei termini in cui la intendono e percepiscono gli adulti. Certo, nei conflitti tra bambini è indubbiamente presente una buona dose di fisicità dato che la verbalizzazione non è ancora sufficiente ad esprimere le emozioni». L’immaturità psico-emotiva del bambino gli renderebbe quindi difficile gestire non solo la rabbia, ma tutto il ventaglio di emozioni in genere. La fisicità in gioco è legata, inoltre, ad un verbale non in grado di supportare il piccolo in quel momento. Il caregiver, ovvero l’adulto di riferimento, assume in questo senso un ruolo fondamentale in quanto aiuta il bambino nella regolazione emotiva: è l’adulto che legge le emozioni, le regola, le restituisce al bambino in una forma per lui comprensibile e fornisce delle alternative socialmente accettabili al suo comportamento. È in questo continuo gioco di rispecchiamenti che il piccolo, con il suo ingresso nella Scuola Primaria, avrà acquisito tutti quegli strumenti che gli consentiranno di gestire le emozioni.

Da un punto di vista cognitivo, le risposte dell’altro mettono in discussione il sistema di risposte proprie del soggetto (Fonzi, 1991), che deve quindi cercare di elaborare nuovi strumenti per comprendere punti di vista che divergono dal suo: tutto ciò fa parte di un lungo percorso che porterà il bambino a decentrarsi, cogliendo punti di vista differenti.

Nei Centri Educativi BusyBees Italia adottiamo, da oltre 30 anni, la metodologia denominata “Litigare Bene” di Daniele Novara. Egli definisce il conflitto come «un’esperienza comune, quotidiana e costante nella vita degli individui e dei gruppi» (Novara, 1998, p.58). Tale metodologia ha come obiettivo quello di «permettere ai più piccoli di utilizzare da subito le loro competenze e risorse, senza inutili sovrapposizioni, rimproveri e sgridate» (Novara, 2013, p. 130). Esso si compone di quattro passi, due “indietro” e due “avanti”:

«1. Non cercate il colpevole;

2. Non fornite la soluzione del litigio;

3. Fateli parlare tra loro del litigio;

4. Favorite il raggiungimento di un accordo tra loro» (ibidem, p.15-16)

La filosofia alla base di tale metodologia richiede che l’adulto si faccia carico del conflitto senza farsi coinvolgere, mantenendo quella giusta distanza che gli consente di sospendere il giudizio e rimanere in ascolto delle parti coinvolte. Non c’è, quindi, un “colpevole” e una “vittima” ma due individui con il proprio pensiero ed emozioni.  L’obiettivo non è trovare una soluzione veloce, ma fare in modo che i bambini sostino nel conflitto vivendo l’emotività in gioco.

 

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